sabato 30 novembre 2013

LIBRO: "Io che amo solo te", di LucaBianchini

(Recensione di Palma Lavecchia)

L'intuizione mi è piaciuta: esiste un mondo dietro certi matrimoni pugliesi, e prima o poi andava raccontato. Abbiamo la fortuna (noi pugliesi) di vivere una Terra ricca di tutto.. di colori, odori, idiomi, tradizioni, connotazioni particolarissime degli autoctoni, modi di fare, modi di dire.. Insomma, non ci facciamo mancare niente. E se un filo trasparente attraversa tutte queste perline, raccontando una storia d'amore che si perde nel passato e si ritrova (perché le storie vere fanno giri immensi, e poi ritornano) nel presente, il romanzo che ne vien fuori ha già di per sé gambe per camminare.
Però.. però.. a mio modestissimo parere, per riuscire davvero nell'intento, per cogliere in modo puntuale ogni possibile aspetto e trattarlo come avrebbe meritato, l'autore non poteva essere né uomo, né del nord. Mi dispiace per Luca Bianchini, che è senza dubbio una bella penna, scorrevole e serena, ma il fatto di essere uomo e del nord ha un po' "mortificato" la splendida intuizione di fondo.
Infatti, per esempio, lungo il romanzo si incontrano frasi dialettali appiccicate in parti del discorso in cui poco c'azzeccano; inoltre, si ha chiara la percezione che chi racconta è una persona che ha subito la fascinazione di certi luoghi, ma che non sono suoi, non li porta dentro. Ma, soprattutto, l'autore compie delle leggerezze, impossibili per una donna, nella descrizione di certi dettagli, nella partecipazione più emotiva all'evento, una qualche pennellata al vestito della sposa. Il vestito della sposa: non se ne fa minimamente cenno. Eppure, quando qualcuno ci sta raccontando di un matrimonio a cui non abbiamo preso parte, cosa gli chiediamo immediatamente? "Com'era il vestito della sposa?" Il vestito della sposa è l'elemento catalizzatore di tutto, nel senso che a distanza di anni, noi donne dimentichiamo tanti dettagli della cerimonia a cui abbiamo partecipato, quello che abbiamo mangiato, chi c'era, quanto si è ballato, ma la suggestione che ci ha regalato il vestito della sposa è, normalmente, quella che ci rimane decisamente più impressa. Ma Bianchini non ne parla..
Eppure, non è questa la lacuna più sostanziale. Secondo me, il vero capitombolo lo fa nella narrazione di certi stati d'animo, nella rappresentazione di certi momenti, che per forza costituiscono il fulcro della storia. Un esempio: il momento in cui Mimì racconta a suo figlio, e Ninella a sua figlia, della loro storia d'amore. Il tutto viene sorprendentemente liquidato in poche battute; ma cazzo.. un padre ed una madre stanno dicendo al proprio figlio e figlia che il suocero e la suocera, rispettivamente, sono stati per l'una e per l'altro il grande amore e che la fiamma non si è mai spenta... e questi la chiudono così, senza farci attraversare il conflitto emotivo che potrebbe insorgere a difesa dell'altro genitore, quello "tradito", che comunque resta un genitore? Senza farci davvero avvertire le vibrazione di ognuno di quei personaggi? L'epicentro della storia, anziché far vivere il vero terremoto emozionale, si riduce ad un flebile tremore..
E, purtroppo, questa superficialità narrativa, sempre a mio modestissimo parere, ritorna in più punti, e non ultimo nel finale, quando le emozioni dei due personaggi sono descritte solo nella rappresentazione più esterna e non viene quasi per nulla indagato ciò che stanno davvero vivendo dentro. peccato.
A parte tutto ciò, il romanzo è molto piacevole! :)   

 

martedì 5 novembre 2013

FILM - "Sole a catinelle", di Gennaro Nunziante

(Recensione di Palma L.)

Dei film di Checco mi piace la profonda serietà. No, non sto affatto scherzando: è davvero così. E quest'ultimo ne è la conferma. Si ride, sì.. perché è matto lui, perché tira fuori dei personaggi a dir poco atipici, baciati da massicce dosi di fortuna, smodatamente sentimentali e prioritariamente cinici al tempo stesso, e calati in realtà forti e ben connotate. Ma se poi si pensa ai messaggi, neppure troppo subliminali, che Checco trasmette, la cosa si fa seria.
Si parla di crisi. La CRISI. La crisi che è alimentata dal pessimismo, dal catastrofismo propinato dai media e che stronca anche le più pallide velleità di far girare il soldo. Allora, questo poliedrico e straordinario attore sforna un personaggio estremamente positivo, seppur sfigato per eccellenza, che parte dal nulla, dai fallimenti e dalla perdita di credibilità agli occhi del figlio, per costruirsi - proprio grazie al suo eccesso di positività - un insperato, imprevedibile, inimmaginabile presente ed una proiezione addirittura ribaltata del suo modo di pensare (che andrà dal fascismo al comunismo spinto) nel suo futuro.
Una delle scene clou è il modo in cui tira fuori Lorenzo dal mutismo (altrettanto clou è pure la scena in cui nel mutismo ce lo rimanda, quando alle 4 del mattino gradirebbe più dormire che starselo a sentire). Il messaggio che ne viene fuori è che tante volte cerchiamo risposte astruse laddove basterebbe un approccio più elementare, essenziale, alle cose. La mamma di Lorenzo ha cercato in tutti i modi di farsi ascoltare da suo figlio; Checco c'è riuscito nel modo più semplice: alzando oltremodo la voce.
Ecco, i suoi film sono questo: sferzate di positività. Il farti alzare da quella poltrona con la netta sensazione che anche nella tua Vita, se decidi di metterti in gioco, qualcosa di straordinario può accadere. E ditemi se questa morale non è profondamente seria.. Pensiamoci.

giovedì 24 ottobre 2013

TEATRO - "Semi di Zucca" al teatro Ambra alla Garbatella

)Recensione di Paolo Leone)


Un monologo serrato, una lunga mitragliata di battute comiche ma raffinate, mai banali, a volte demenziali. Mario Zucca, volto noto in televisione nelle prime edizioni di Zelig, ma anche doppiatore di Michey Rourke e autore di diversi monologhi teatrali, si è esibito nel rinnovato Teatro Ambra alla Garbatella, il popolare rione romano. Un’ora e più di racconti dissacranti sulle figure principali della sua e nostra infanzia, da un padre assente e distratto, al parroco del quartiere, dalle vacanze intelligenti ai nonni. Un talento il suo, resistente agli anni, che meriterebbe un maggior seguito. Una capacità mnemonica che impressiona, un ritmo talmente sostenuto che a volte si fa fatica a seguirlo e mentre metti a fuoco la battuta precedente già ne ha lanciate altre due. Mario Zucca meriterebbe un maggior seguito, cosa che purtroppo non è avvenuta ieri, in un teatro meravigliosamente rinnovato, ma desolatamente vuoto. Bravo lui, grande professionista, a recitare con verve davanti a soli 13 spettatori paganti. Ma peccato anche per questo teatro, che presenta una stagione veramente interessante e a prezzi davvero stracciati. La speranza è che sia stata una di quelle serate particolari, in cui tutti gli elementi negativi si concentrano e che non sia disinteresse verso chi, con fatica e impegno, porta la cultura anche nei quartieri più popolari di questa, come di altre città italiane. Se servissero solo i grandi nomi per far uscire la gente dalle case, per staccarli dalla televisione, allora saremmo davvero messi male. Speriamo vivamente che i “semi di zucca” seminati in questi giorni, possano far fiorire l’interesse verso il teatro anche alla Garbatella.

venerdì 18 ottobre 2013

TEATRO - "Ladro di Razza"

(Recensione di Paolo Leone)

Grazia, delicatezza, realismo, poesia, leggerezza e profonda riflessione. Un acquerello dai colori tenui, pur tratteggiando uno spaccato di vita dura, drammatica. Questa è la forza, la caratteristica primaria di un grande commediografo come Gianni Clementi, non a caso uno dei più apprezzati in Europa, che si conferma nel bellissimo spettacolo “Ladro di razza”, in scena al Teatro Ghione di Roma. La storia di tre esistenze che tentano di sopravvivere nelle ristrettezze di una Roma, nel 1943, in mano ai tedeschi. Il simpatico truffatore Tito (un superbo Massimo Dapporto), appena uscito da Regina Coeli, per sfuggire alle grinfie del fantomatico usuraio “Atto de dolore”, chiede rifugio nella baracca in cui vive il suo amico Oreste (Blas Roca Rey), umile operaio delle fornaci di Valle Aurelia. Senza alcuna voglia di trovare un lavoro, escogita strampalati espedienti per rimediare il denaro da restituire al violento “strozzino”, regolarmente
 destinati al fallimento. Il caso, poi, fa sì che il furfante incontri Rachele (Susanna Marcomeni), dirigente delle fornaci in cui lavora l’amico, ricca zitella ebrea che vive in un lussuoso appartamento del ghetto di Roma. Ingolosito dalle ricchezze a facile portata di mano, il fascinoso Tito escogita un piano per risolvere tutti i suoi problemi: far innamorare la donna, ottenere la sua fiducia per poi derubarla di tutti i suoi averi. Riesce ad entrare nelle sue grazie, diventa di casa, tutto è pronto per il grande colpo. E’ l’alba del 16 ottobre 1943, i nazisti irrompono nel ghetto…Tito ha, forse per la prima volta nella sua vita, un sussulto di coscienza.
Non sveliamo del tutto, come sempre, il finale, ma la commedia ci lascia una tale sensazione di grazia, di bellezza nella sua scrittura, che quasi diventa irrilevante. Massimo Dapporto si conferma un fuoriclasse, la Marcomeni riesce ad essere drammatica ed esilarante, Blas Roca Rey è l’anima buona della storia e riesce a interpretarla con una naturalezza impressionante. La comicità non è mai fine a sé stessa e i tre personaggi riescono ad esprimere tutta la loro umanità, tanto da farci ridere e commuovere profondamente. Manna per il teatro.
 “Ladro di razza”, che avevamo visto un paio di anni fa con altri interpreti, ribadisce l’assoluto valore di Gianni Clementi, penna preziosa della drammaturgia italiana.

sabato 12 ottobre 2013

FILM – “CATTIVISSIMO ME 2”, di Pierre Coffin e Chris Renaud


(Recensione di Palma Lavecchia)

Non me ne vogliate se non ho scelto un film di un certo spessore culturale, ma piuttosto un solletico ludico tendenzialmente rivolto ai bambini. E’ che ritengo che, in un momento storico complicato come questo, la parte di noi che ne esce più sofferente, peggio trattata, è proprio il fanciullino, tanto caro al Pascoli, e che risiede in ognuno, grande o piccolo che sia. Allora, almeno portiamolo al cinema! Perché il film fa ridere e sorridere, non solo i bambini. Ho un unico rammarico: non aver visto il primo. Ma vi dico subito che non serve, seppure cercherò di rimediare quanto prima. La trama è semplice, i sentimenti tangibili, i personaggi familiari fin da subito. Ciò che più mi ha colpito, sinceramente, è la mimica: più comunicativi di tanti attori in carne ed ossa, certe volte sembrano davvero animati da un alito di Vita e meritevoli di un premio Oscar. Qualcosa della storia ricorda i Gremlins. Ve li ricordate i Gremlins, quegli adorabili cuccioli di non so cosa di quel film anni Ottanta, che se però venivano malauguratamente a contatto con l’acqua si trasformavano in creature mostruose e cattive? I Minion, parimenti, è un popolo di esserini gialli e variegati, di una simpatia disarmante, ma che il contatto con una certa sostanza trasforma in esseri abominevoli e tremolanti. Tranquilli, però, perché come nelle migliori favole, tutto si risolverà per il meglio e il bene vincerà sul male. E forse è proprio questo che ci piace delle storie per bambini, così tanto diverse dai finali di certe storie per adulti e, tanto meno, dalla realtà.. 


venerdì 11 ottobre 2013

LIBRO - "50 sfumature di nero", di E.L. James

(Recensione di Patrizia Cimmelli)

Il secondo libro della trilogia prende in maniera diversa rispetto al primo, "50sfumature di grigio". Mentre il primo si concentra molto sulla parte erotica, l'attrazione sessuale, il secondo è piu romantico, nasce il grande amore.....il sogno di ogni donna o ogni coppia, un grande amore completato da una forte e grande passione. Il primo mentre lo stai leggendo ad un certo punto pensi di mollarlo ti sembra noioso, ripetitivo, finche poi alla fine non inizia con la nascita del sentimento che ti porta a leggere il secondo. Quest'ultimo invece ti cattura anche per la souspance di alcuni avvenimenti. Nel complesso, al di la della parte erotica il libro nonostante è stato tradotto in italiano è scritto molto bene, in fondo i protagonisti sono persone molto colte ed intelligenti. E concludo pensando che sarebbe molto indicato consigliarlo agli uomini, in fondo la bella Anstasia Steele è una perfetra sottomessa al suo uomo!!!





LIBRO - "50 sfumature di grigio, di E.L. James


(Recensione di Patrizia Cimmelli)

Una storia erotica molto travolgente e dettagliata, a mio parere aiuta ad essere un po' più aperti dal punto di vista sessuale, o meglio a lasciarsi andare. Basti pensare che chi ci da questa spinta è alle sue prime armi, la sua prima esperienza in assoluto eppure si lascia cosi andare ad un uomo dannatamente bello ed affascinante, di gran fama che ha il potere economico, maniaco del controllo su tutto e tutti, dal punto di vista sessuale perverso, ma poi scopriremo che sono i fantasmi del passato che lo portano a questo.
Ed Ana la protagonista di questa storia altrettanto bella, intelligente ed astuta riesce a portare quest'uomo con la sua semplicità ed umiltà ad innamorarsi perdutamente di lei. Come gia detto essendo lui molto ricco lascio alla vostra piu bella e fiabesca fantasia immaginare come possa conquistarla.....una favola a cui non manca proprio nulla! E forse sarà per questo che la bella Ana si lascia andare???? Bhe daltronde non ha altro a cui pensare se non a questo "penetrante" idillio.

mercoledì 9 ottobre 2013

Libro – “Il cercatore di stelle”, di Daniela Curreli

(Recensione di Paolo Leone)


Opera prima di assoluto interesse questo romanzo della scrittrice Daniela Curreli. Colpisce innanzi tutto per la ricchezza e la ricercatezza nella costruzione della sintassi, ma in particolar modo per la storia in apparenza così semplice ma invece complessa, come può esserlo una vita alla ricerca dell’amore perfetto, alla ricerca della “stella” perfetta. Il titolo, appunto, ci rimanda alla leggenda descritta nelle prime pagine dalla Curreli, secondo cui, “nell’attimo in cui si incontra l’amore vero, due stelle si uniscono in un’unica grande stella che, come un fiore, si schiude e lascia cadere i suoi petali sugli innamorati.” I guai iniziano quando un amore non viene interrotto in armonia..in quel caso il guardiano delle stelle attende la riconsegna del peso dell’ultimo amore terminato. Chi si oppone a questo, vivrà della fantasia dei ricordi d’amore, una condanna vera e propria. Da questo assunto, inizia la storia di Mariano, un sardo emigrato a Marsiglia fin da giovane, un uomo che vive regalando amore. Amori intensi, mai tiepidi. Del resto, come afferma la stessa autrice, “per vivere un’esistenza effimera, basta fare economia sugli affetti.” Il protagonista lotterà con tutte le sue forze per non oltraggiare il “guardiano del cielo”, si metterà alla prova nelle sue tormentate relazioni.  Il romanzo scorre velocemente ma non senza una continua introspezione, a volte anche ostica, ma si lascia leggere con piacere. Una bellissima e ricca storia, scritta con uno stile raffinato. Presentato anche all’ultimo Salone Internazionale del Libro di Torino, dove ho avuto il piacere di conoscere personalmente l’autrice, continua ad ottenere un bel successo con la sola forza del passaparola. Attendiamo con curiosità il secondo libro dell’effervescente Daniela. (Edizioni psiconline – collana “a tu per tu”)

LIBRO - "Mama Kenya", di Lorena Cagliotta

(Recensione di Patrizia Cimmelli)

E' un libro molto travolgente, intenso, autobiografico. La protagonista è Lorena ma in realta siccome il libro ě diviso in capitoli ad ognuno vi è un vero e proprio protagonista. In questo libro Lorena parla dei suoi meravigliosi tre anni vissuti in Africa. Tutto inizia quando per una grave malattia lei perde il bambino e tra la vita e la morte chiede la grazia che se sopravvive lei sarebbe partira per l'Africa per aiutare quel popolo che le è entrata nel cuore diverso tempo addietro, quando vi è andata un viaggio di piacere con colui che al tempo era suo marito. Cosi parte da sola, inizialmente va a lavorare in un villaggio turistico ma presto, mentre continua a lavorare, va a vivere in una tribu perchè lei vuole vivere la realtà. E da lì racconta la sua vita vissuta, anche nelle difficolta piu dure parla di quella terra come unico paradiso terrestre, te la fa amare, entrare dentro, e fa altrettanto per le persone. Lei arriva a comprarsi un terreno per far vivere ai turisti la vera Africa, organizzando escursioni con colui che poi sarà suo marito, cosi impara lo swaili, lingua locale. È una storia toccante, piena di emozioni, che consiglio vivamente di leggere, ne vale la pena! Andrei avanti dilungandomi ma senza trasmettere quella potenza di vita che questo libro dà, e quindi lo sminuirei senza volerlo!

LIBRO - "A mani nude", di Stefano Martufi

(Recensione di Tamara Graziani)

Una coppia di giovani sposi, due sogni infranti, un debito da pagare ed una scelta sbagliata che cambierà per sempre il corso delle loro vite. Sono queste le orme da seguire per capire dove porta questo breve romanzo di Stefano Martufi. Settandadue pagine nelle quali l'autore racconta una storia d'amore senza lustrini ed effetti speciali in cui i due protagonisti sono assaliti da conflitti interiori e desideri che non si realizzano sullo sfondo di una società dura e spigolosa fatta di personaggi senza scrupoli.

La storia di Narcos, pugile e reduce di guerra, e Lisa mancata pianista si snocciola con incedere incalzante. Il lettore viene rapito dal racconto e riesce ad entrare nella psicologia dei protagonisti grazie a continui flash back sulle loro vite. Il crudo scenario della guerra ha completamente stravolto l'animo di Narcos. Il giovane torna ad una quotidianità della quale non si sente parte integrante, incapace di gesti di tenerezza e d'affetto nei riguardi della giovane moglie. Narcos vive come un randagio e compie scelte azzardate che compromettono il suo futuro ed inevitabilmente quello di Lisa spettatrice passiva di un matrimonio che amplifica la sua solitudine.

Narcos, pugile nostalgico del suo ring affronta la vita senza guantoni, a mani nude per l'appunto, sempre alla ricerca di sfide da vincere salvo scoprire che le regole fuori dal quadrato di gioco non esistono e lui soccombe portando all'estremo il disagio di vivere compiendo un omicidio. Lisa, è una figura femminile forte che sa soffrire in silenzio, abdica al matrimonio i suoi sogni di pianista e si rifugia in se stessa per nascondere la frustrazione di non riuscire a dare un figlio a Narcos. Intorno ai due protagonisti si snodano le comparse di una società che contrappone le vite di operai costretti a scioperare per i loro diritti e quelle di personaggi loschi che si arricchiscono sfruttando la disperazione di giovani come Narcos e Lisa. Nel finale l'inatteso colpo di scena.

sabato 5 ottobre 2013

Teatro – rassegna salviamo i talenti – “L’amore in guerra” di Melania Fiore

Fantasmi in teatro. I fantasmi più reconditi dell’animo umano, quelli che fanno paura sul serio. Quelli che sconvolgono e dilaniano le proprie e le altrui esistenze. “L’amore in guerra”, scritto diretto e interpretato da una superlativa Melania Fiore, chiude la prestigiosa rassegna del teatro Vittoria nel migliore dei modi. Un testo complesso, di un’intensità ed una tensione emotiva che quasi fanno male, a cui non si può rimanere indifferenti. Due atti, due donne, due storie nel delirio del regime nazista. La prima, una famosa pianista tedesca, Gertrud Steiner “rea” delle sue origini ebraiche e perdipiù lesbica; la seconda, Matilde Melzner, “colpevole” di lievi disturbi psichici e ricoverata nella famigerata “casa di cura” di Eichberg. Una scenografia accurata e minimalista lascia spazio alla prepotenza delle interpretazioni. Sul palco, Melania e il credibilissimo Simone Ciampi nella parte di due nazisti tormentati, riescono a trasmettere al pubblico emozioni violente grazie alla forza della loro recitazione, capace di penetrare nell’intimo fino alla soglia del dolore, prerogativa degli attori veri. Brividi di gelo, aberrazioni a cui può giungere l'uomo di tutti i tempi. Anche con un semplice cruciverba “ariano”. Due atti che tuttavia, pur nella cupezza delle due storie, lasciano un barlume di speranza, quello appunto dell’amore in guerra. Amore per la musica, amore per la vita, l’amore che tormenta nel profondo anche i carnefici. Una pièce di grande spessore e di non facile interpretazione, ma che sfonda la fatidica “quarta parete” e lo fa con la forza, la mimica, la drammaticità e la presenza scenica imponente di Melania Fiore. Una nota di merito anche per la gestione audio e luci, a cura di Riccardo Santini, che ben accompagna ed evidenzia i momenti più intensi. Non poteva concludersi meglio questa rassegna di giovani talenti. Con “L’amore in guerra” andiamo via con la certezza che il teatro è vivo, amato e coltivato da talenti straordinari come quelli ammirati oggi. Onore al teatro Vittoria che gli concede spazio.
Paolo Leone


Libro – “Dalla pèntima del piccione”, di Giuliano Di Benedetti

Un libro sorprendente,  affascinante, quello di questo autore che è uno dei più grandi studiosi del mito della Dea Diana e delle sue origini. Di Benedetti, supportato dai suoi studi trentennali sul territorio del Tempio di Diana e dintorni, spaziando dall’archeologia alle teorie supportate da uno studio approfondito delle opere di Sitchin, ci trasporta nel tempo e nel futuro. Il lago di Nemi diventa il centro della civiltà fin dai tempi dell’era glaciale e discutibili ma verosimili ipotesi si fanno largo dallo spazio, da altri mondi. Un libro complesso ma scorrevole, ci racconta le origini dei culti di quello che diverrà l’impero romano, ci svela antiche religioni che in fondo si ripetono nella storia dell’umanità. Un trattato divertente di storia, archeologia e fantascienza (?) che merita di essere letto. Come ama dire l’autore..”io non sono un professore, ma non ho trovato ancora nessun professore che riesca a smontare le mie tesi”. Mistero e storia si intrecciano tenendo il lettore appassionatamente avvinto alle pagine. Edizioni Ventucci.

Simone Agresti

venerdì 4 ottobre 2013

TEATRO - "C’è qualche cosa in te”, di Enrico Montesano

(Recensione di Paolo Leone)

Clonatelo. Per favore, qualcuno cloni Enrico Montesano. E’ stato questo il pensiero più frequente assistendo al suo meraviglioso spettacolo che ha debuttato ieri sera al teatro Brancaccio di Roma, tornato al decoro che merita. Clonatelo, perché con il suo “C’è qualcosa in te” Enrico conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere forse l’ultimo depositario di una memoria storica della commedia musicale italiana. Con la naturalezza che da sempre lo contraddistingue, sul palco dà vita, insieme alla giovane Ylenia Oliviero, ad una gradevolissima storia che non scade mai nell’amarcord melenso ma che invece rende omaggio ai momenti più esaltanti del musical italiano, ricordando con maestrìa eccelsa personaggi come Delia Scala, Renato Rascel, Aldo Fabrizi, Carlo Dapporto e tanti altri e delizia il pubblico con le canzoni che hanno fatto la storia segnata da questi mostri sacri. Nando, il personaggio interpretato da Montesano, è il vecchio custode di un teatro, o meglio del magico sottopalco di un teatro in cui vengono conservati migliaia di costumi di scena che all’improvviso si trova a dover combattere contro uno sfratto che minaccia di trasformare quel luogo di memorie nell’ennesimo centro commerciale. Insieme ad Adelina, la ragazza piombata quasi per caso in quella sorta di tempio, combatterà la sua battaglia. Colpi di scena si susseguono a mano a mano che i due si conoscono meglio, fino alla sorpresa finale. Il tutto si svolge con ritmo incalzante e accompagnato dalla scenografia sontuosa di Gaetano Castelli e da venti bravissimi ballerini, guidati dalle coreografie spettacolari di Manolo Casalino sulle musiche arrangiate da Renato Serio. Uno spettacolo ricco di calore, che riempie gli occhi ma scalda il cuore grazie alla bravura immensa di Montesano che in ogni suo spettacolo non manca mai di offrire al pubblico degli aneddoti, delle “chicche” sconosciute ai più. Anche ieri, tra le righe del testo, ci ha sorpresi raccontando l’origine del nome d’arte di Renato Rascel e di Delia Scala, il vero filo d’Arianna di questa commedia. Un plauso particolare a Pamela De Santi, i suoi costumi sono meravigliosi. Si esce dal teatro consapevoli di aver avuto la fortuna di assistere alla performance dell’ultimo grande interprete del musical italiano. Caro Enrico, se..il tempo fosse un gambero..ne dovrebbe nascere un altro come te. Per favore, clonatelo.


LIBRO - "Folgore di Luce", di Fabiana Difabio

(Recensione di Paolo Leone)

Una bella novità editoriale è il primo libro di questa giovane poetessa. Vincitrice nel 2011 al secondo concorso nazionale di creatività poetica “Ascolta, è poesia”, con la sua poesia “Sorprendimi Amore”, Fabiana Di Fabio si affaccia sul mercato con questa raccolta di sue composizioni molto interessante. Una poetica, quella della Di Fabio, che spazia da visioni dai toni lievi de “L’immensità di un giorno” a quelli certamente più cupi come in “Caos”.  Nonostante la giovane età, Di Fabio è una ricercatrice della parola forbita, sciolta da regole precise se non quelle della profondità dell’animo umano. Il libro, edito dalle Edizioni Archeoares, è arricchito dalle belle immagini disegnate da Alessandra Pinna. Ad aprire il volume, una bellissima citazione del musicista Giovanni Allevi, che ci piace riportare: “Se riusciamo a scrivere poesia che sia una diretta emanazione della vita, della nostra capacità di soffrire, dell’aver subìto i graffi dell’esistenza, del nostro esserci rotolati nella realtà, allora quella poesia entrerà sicuramente in sintonia con le emozioni e le aspirazioni delle persone e provocherà cambiamenti che nessuno potrà fermare” (G. Allevi, Classico Ribelle – 2011). Fabiana, con questa prima opera, ci sorprende e ci trascina verso un cambiamento ancora possibile, nonostante tutto.


mercoledì 2 ottobre 2013

LIBRO - “Le mie impressioni” di Pino Ippolito

(Recensione di Daniela Spagnoli)

“Le mie impressioni” è una raccolta di raccolte di poesie, come sottolineato dall’autore. Pino Ippolito ha trascorso la sua infanzia a Sarno e si è trasferito a Piacenza passando per la Svizzera e la Spagna, molte poesie sono dedicate ai luoghi in cui è vissuto. Oltre a questi luoghi le sue poesie narrano l’amore, l’amicizia ed i rimpianti per tutto quello che è stato e non sarà più. Nonostante questo non c’è malinconia nei versi di Pino, egli trasmette una grande forza interiore e allo stesso tempo una semplicità ed un immediatezza che lo rendono piacevole alla lettura. Alcune poesie sono scritte in dialetto napoletano, non conoscendolo non ho potuto apprezzare a pieno alcuni versi ma coloro che lo capiscono gradiranno. Si può visitare la pagina dedicata al libro e leggere alcune poesie in esso contenute, le consiglio anche a chi è ostica la poesia.

LIBRO – “Il ballo”, di Irène Nemirovsky

Uno splendido racconto breve, questo, che in estrema sintesi ci illumina sull’etica dei personaggi raccontati da questa grande scrittrice del ‘900. Nata a Kiev nel 1903 da una famiglia di ricchi banchieri di origini ebraiche e scomparsa nel luglio del 1942 nel famigerato campo di concentramento di Auschwitz, Nemirovsky tratteggia una società cupa, uomini e donne che, come teorizzato dal filosofo inglese Hobbes, sono  creature egoiste, pericolose, bramose di potere…homo homini lupus. Come accennato all’inizio, l’etica dei personaggi della Nemirovsky è racchiusa in un’immagine folgorante: “a ciascuno la sua preda: secondo la sua astuzia e la sua forza”.
Non fa eccezione questo racconto, in cui una coppia di coniugi arricchiti ma non nobili, si illudono, tramite l’organizzazione di un ballo, di segnare il loro ingresso nella società bene parigina. Un sogno ossessivo per la madre della piccola Antoinette, estromessa dalla preparazione di questo evento che avrebbe dovuto invece coinvolgerla in quanto debuttante. Il racconto precipita inevitabilmente verso la crudele e astuta vendetta che la ragazza, anche lei vittima e carnefice, saprà mettere in atto nei confronti dei genitori, rivelandone la natura misera.

                                                                                  Mauro Giacometti

Teatro – “L’arte della truffa” di Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia e Vincenzo Sinopoli

Se è vero che chi ben comincia è a metà dell’opera, al Teatro Golden di Roma i sorrisi dovranno essere smaglianti. La “prima” andata in scena da poche ore nel delizioso salotto di via Taranto è stata una piacevolissima sorpresa. Una commedia gradevole, divertente, scritta e diretta con grazia dai quattro coautori ed interpretata con maestrìa da Gianni Ferreri, Barbara Pieruccetti, Giancarlo Ratti e Sergio Solli, ha fatto ribollire di entusiasmo la platea gremita in ogni posto. E’ raro assistere ad un’armonia tale tra quattro attori di questo calibro, perdipiù durante una “prima”. Quel che ne è nata è stata una rappresentazione di grande intensità, due ore di divertimento senza il minino calo di tensione. Straordinario Giancarlo Ratti, un suo sguardo vale il prezzo del biglietto, nell’interpretare un imprenditore (Gianmario) ossessionato dall’onestà ereditata dalla sua famiglia integerrima alle prese con la moglie, una credibilissima Barbara Pieruccetti, il cui passato nasconde forse un lato non proprio irreprensibile. Gianni Ferreri, il truffatore agli arresti domiciliari nell’abitazione dei due, non sbaglia un solo tempo comico e Sergio Solli è un cardinale di irrefrenabile ilarità. Una pièce riuscitissima che colpisce per la sua freschezza, per il ritmo, per la bravura degli interpreti e per una regia davvero sorprendente, ennesimo colpo di genio di Augusto Fornari. Tra gli altri interpreti una bellissima Desirèe Popper, la vicina di casa brasiliana dei nostri eroi, e Danilo Giannini con Michele Iovane nei panni dei due carabinieri addetti al controllo degli arresti di “Vincenzo”-Ferreri. Tra tanta abbondanza di bravura, emozionante la partecipazione in video del grande Sergio Fiorentini e un cameo di Maurizio Mattioli.  Difficile iniziare meglio di così una stagione teatrale. Ma il Golden non è nuovo alle sorprese.
Dal 1° al 20 ottobre al Teatro Golden di Roma – via Taranto 36


(Recensione di Paolo Leone)

sabato 28 settembre 2013

Teatro - rassegna "Salviamo i talenti" - "Riccardo e Lucia" di Claudia Lerro

(Recensione di Paolo Leone)

Salvate i talenti, salvate il teatro, salvate la poesia. Quel che abbiamo ammirato stasera è un'assicurazione sul futuro. La certezza che esiste il talento vero, che il teatro ha un avvenire e che la poesia può ancora toccare il cuore del pubblico. Terzo e penultimo spettacolo in gara nella rassegna "salviamo i talenti - premio Attilio Corsini 2013" al teatro Vittoria: "Riccardo e Lucia" scritto e diretto da
Claudia Lerro, giovane autrice pugliese. I due attori sul palco, Ivana Lotito e Pio Stellaccio danno vita e corpo ad una storia lieve e tragica, semplice e dolorosa allo stesso tempo, come sa esserlo la vita. Un testo struggente, poetico, delicato, che viene esaltato da una regia meravigliosa e da una scena spoglia che lascia spazio alle capacità recitative dei due. Un'intensità rara, che commuove profondamente gli spettatori. Una storia d'amore d'altri tempi, ambientata in una Puglia del dopoguerra, quando ancora si chiedeva il permesso di poter parlare con l'amata al fratello di lei. Il personaggio di Riccardo, interpretato da Stellaccio, riesce ad infondere un'aura poetica a tutta la rappresentazione, mentre quello di Lucia, portato in scena dalla Lotito, è il contraltare agli slanci ed agli entusiasmi di lui e sembra quasi materializzare sulle tavole del palco il senso drammaticamente pragmatico delle donne raccontate da Gabriel Garcia Marquez.
L'amore, anche quando sembra aver perso, vince sempre. Anche quando tutto sembra tramare contro, dalle difficoltà economiche alle vite prematuramente spezzate.
Se c'è poesia. Se c'è il Teatro. Quel che abbiamo ritrovato in questa pièce sorprendente.

sabato 21 settembre 2013

Teatro - Rassegna "Salviamo i talenti" al teatro Vittoria di Roma

(Recensione di Paolo Leone)

Secondo spettacolo in gara: "Ypocritai - attori"

Secondo appuntamento al teatro Vittoria di Roma per la rassegna "Salviamo i talenti". In scena ieri la commedia "ypocritai - attori" di Patrizio Cigliano, con la regia del cast. Già questa è stata apprezzabile, con l'interazione dei protagonisti in mezzo alla platea, ma la sorpresa è stata l'intensità espressa sul palco da sei valenti ragazzi, un paio dei quali a mio modesto parere dei veri talenti. Una pièce davvero ben costruita, con un testo molto interessante dal quale magari si potrebbero tagliare due tre parolacce, che simpaticamente pone l'attenzione sulle ipocrisie dentro e fuori del teatro, nella vita di tutti i giorni, tramite una piccola compagnia che cerca disperatamente e improbabilmente di mettere in scena uno spettacolo autoprodotto. Ypocritai risulta essere esilarante ma anche tragico, lasciando trapelare tra una battuta e l'altra un malessere, una distonìa quasi pirandelliana nei 6 (un caso?) personaggi. Una rappresentazione che, giocando sulle difficoltà economiche ma non solo per produrre uno spettacolo teatrale afferma, e qui il dramma prende corpo, che la sincerità, la lealtà, la correttezza, sono valori da cui si fugge, tutti. E un ipotetico "spray della verità", presenza che aleggia tra i nostri 6 attori, diventa il pericolo da cui fuggire. Come se non bastassero i disastri che provocano le ipocrisie. Ottima prova.

Gli attori: Cristiano Priori - Ludocica Didonato - Lorena Scintu - Alessandra Cosimato - Fabrizio D'Alessio - Gabriele Carbotti.

domenica 15 settembre 2013

Teatro - Rassegna "SALVIAMO I TALENTI" al Teatro Vittoria di Roma

(recensione di Paolo Leone)

 E' iniziata giovedi 12 settembre la lodevolissima iniziativa del Teatro Vittoria che, per il 5° anno consecutivo, propone sul suo prestigioso palcoscenico la rassegna teatrale "Salviamo i talenti - Premio Attilio Corsini" al fine di mettere in vetrina progetti teatrali di giovani attori, autori e registi. Un grande successo di presenze, segno che la curiosità di scoprire nuovi interpreti è ben viva nel pubblico, non ancora anestetizzato, che frequenta i teatri.
Quattro settimane, quattro spettacoli da ammirare e valutare. Il vincitore verrà prodotto dalla Compagnia Attori & Tecnici ed inserito nel cartellone della stagione in corso.
Ha inaugurato la kermesse lo spettacolo "Allarmi e doppioni", per la regia di Andrea Trovato. Quattro giovani attori, due donne e due uomini, hanno messo in scena due atti tratti da Alarms di Michael Frayn. Nel primo, sicuramente più efficace, una buona prova corale mette in evidenza e con sarcasmo le piccole grandi manie di due coppie vicine di appartamento in albergo, un'apologia dell'equivoco grazie alla quale ci si scopre, nella differenza, doppioni delle altrui esistenze. Nel secondo atto, sinceramente, si perde l'atmosfera piacevole dell'inizio e la rappresentazione diventa quasi fastidiosa, preda di una frenesia che non funziona. Peccato, perchè i quattro in scena avrebbero meritato un altro testo.

Teatro - Rassegna "Salviamo i Talenti" al Teatro Vittoria di Roma

E' iniziata giovedi 12 settembre la lodevolissima iniziativa del Teatro Vittoria che, per il 5° anno consecutivo, propone sul suo prestigioso palcoscenico la rassegna teatrale "Salviamo i talenti - Premio Attilio Corsini" al fine di mettere in vetrina progetti teatrali di giovani attori, autori e registi. Un grande successo di presenze, segno che la curiosità di scoprire nuovi interpreti è ben viva nel pubblico, non ancora anestetizzato, che frequenta i teatri.
Quattro settimane, quattro spettacoli da ammirare e valutare. Il vincitore verrà prodotto dalla Compagnia Attori & Tecnici ed inserito nel cartellone della stagione in corso.
Ha inaugurato la kermesse lo spettacolo "Allarmi e doppioni", per la regia di Andrea Trovato. Quattro giovani attori, due donne e due uomini, hanno messo in scena due atti tratti da Alarms di Michael Frayn. Nel primo, sicuramente più efficace, una buona prova corale mette in evidenza e con sarcasmo le piccole grandi manie di due coppie vicine di appartamento in albergo, un'apologia dell'equivoco grazie alla quale ci si scopre, nella differenza, doppioni delle altrui esistenze. Nel secondo atto, sinceramente, si perde l'atmosfera piacevole dell'inizio e la rappresentazione diventa quasi fastidiosa, preda di una frenesia che non funziona. Peccato, perchè i quattro in scena avrebbero meritato un altro testo.

Attori: Marius Bizau - Giulio Forges Davanzati - Valeria Panepinto - Alessia Sorbello

"Salviamo i talenti" andrà avanti fino al 5 ottobre.

venerdì 6 settembre 2013

LIBRO - "LA FORZA DELL'AMORE. IN RICORDO DI DANIELE", di Cerasella Da Ros

(Recensione di Paolo Leone)

Ci sono situazioni, circostanze, eventi, o più semplicemente persone, che ti mettono spalle al muro, ti fanno sentire inadeguato, piccolo, di fronte a tragedie più grandi di noi oppure all'Amore più profondo che si possa incontrare. In questo libro ci sono entrambi. L'amore di una mamma che nel tempo diventa gigantesco e riesce ad affrontare una malattia spietata come l'AIDS divenendo lei stessa un gigante che non si ferma davanti a nulla pur di far vivere al meglio il figlio che con tanto amore ha adottato. Un bambino, Daniele, che a sua volta insegna tanto a mamma Antonietta e alle persone che hanno la fortuna (si, la fortuna) di condividere con lui un tratto di strada. Non aspettatevi un libro nel termine classico della parola..non è un romanzo, non è un racconto. E' un collage di ricordi, di fatti, di sensazioni, di dialoghi, di lettere, di incontri, grazie ai quali l'autrice riesce a ricostruire il troppo breve tratto di vita di Daniele, eppure così ricco, così tragicamente illuminante nella sua gioia e voglia di dita. Ho avuto il privilegio di incontrare mamma Antonietta e mi aveva stupito per l'energia positiva che trasmetteva coi suoi racconti, con la sua determinazione nel fare il bene, ma non avevo capito molto, non conoscevo la storia. Poi questo libro mi ha aperto gli occhi e il cuore. Non è stato sempre facile, spesso sono stato costretto a smettere di leggere per la commozione che mi sovrastava. Non è stata una lettura, è stata un'esperienza di vita.
Che vale la pena di fare, e di trasmettere. Per poter aiutare tutti i Daniele di questo mondo.

- edizioni C'era una volta -

martedì 3 settembre 2013

LIBRO - "IL DIO DELLE PICCOLE COSE", di Arundhati Roy

(Recensione di Francesco Anania)

“ Ammu ebbe un brivido.
Provava in quel pomeriggio caldo la gelida sensazione che la Vita fosse già vissuta. Che la sua coppa fosse piena di polvere. Che l'aria, il cielo, gli alberi, il sole, la pioggia, la luce e il buio, tutto si sesse pian piano trasformando in sabbia. Che la sabbia le avrebbe riempito le narici, i polmoni, la bocca. che l'avrebbe sepolta, lasciando in superficie solo un mulinello, come quello che fanno i granchi quando si rintanano sotto, sulla spiaggia.” - “Il Dio delle Piccole cose” – Arundhati Roy – 1997
Il nostro Piccolo Grande Catalogo di 1000 cose perdute e ritrovate.
La nostra smania di collezionare tutto sperando di ritrovare un giorno quel sentimento legato proprio a quella singola cosa.
Prendi una foto. Vedi i visi. Ricordi il momento dello scatto.
Prendi un giocattolo. Lo tocchi. Ricordi il momento che l’hai scartato.
Ci riusciamo a fare questo dopo mille e mille cose fuori posto?
Il libro non mi è piaciuto granché. L’ho trovato troppo “verboso”, troppo dileguarsi sulla realtà. L’onirico che si traveste da clown per diventare tragedia. E ritorno.
Davvero l’ho seguita con fatica fine alla fine le vicende di Ammu, madre di 2 gemelli Estha e RAhel, ma non ho trovato quel che si diceva di questo romanzo: trama forse non avvincente ma feconda di idee e riflessioni sulla vita fatta di tanti momenti,tutti importanti, appunto piccole cose che diventano Dio.
Salvo il sogno dell’uomo senza braccio, le piroette nella bara di Sophie Mol, salvo un sapore lontano di un India con tutto il suo passato, il suo presente, della sua gente, dei suoi boschi, fiumi, templi, misteri, fantasmi, leggende, verità, credenze, povertà; insomma di una vita che porta con se presente e passato, uomini e cose, che continuamente si rinnova, che è storia di “grandi cose” e agli uomini concede solo “le piccole.
 
 

LIBRO - "L'UOMO PERFETTO", di Vincenzo Bosica

[Questa è la storia del mio ultimo contratto. Un contratto professionale. Non vi nascondo che avevo molte perplessità in merito quando lo firmai, ma le clausole erano intriganti e mi sono sempre lasciato facilmente allettare dalle novità. Non mi sono mai tirato indietro di fronte alle stranezze, era il mio ultimo contratto, e dopo una carriera di tutto rispetto mi sembrava giusto chiudere alla grande. Che diamine! Il lavoro è lavoro e i soldi fanno gola a tutti. C’è gente che ammazza per denaro, io almeno mi faccio pagare per dare felicità.
Mi chiamo Drake Vörson e sono un uomo perfetto.]

L’uomo Perfetto è il secondo romanzo dell’autore pescarese Vincenzo Bosica. Dopo l’ottimo esordio con -Irregolare-, romanzo di stampo fantascientifico-distopico dal cuore cyberpunk, l’autore cambia completamente genere tuffandosi sull’ironia pungente.
L’uomo perfetto ci regala una comicità attuale e pepata, a tratti sprezzante, focalizzata sui rapporti di coppia. L’intera opera ruota intorno alla professione del protagonista Drake Vörson, che è quella di essere un Uomo Perfetto. Drake ci racconta della strada percorsa per diventare un Uomo Perfetto e dispensa utili consigli a tutti coloro che desiderano diventare perfetti come lui, descrivendo anche lo svolgimento di alcuni contratti. A tratti sembra un manuale di autostima, a tratti un’autobiografia, a tratti un romanzo rosa-erotico; di sicuro ne -L’uomo perfetto- non si fa altro che ridere. E non sono solamente i personaggi strambi o gli accadimenti assurdi a strappare sorrisi, ma anche (soprattutto) lo stile narrativo adottato dell’autore (il protagonista si racconta in prima persona rivolgendosi direttamente ai lettori). L’opera si rivolge indistintamente a uomini e donne, e nonostante una forte chiave umoristica, non mancano spunti per riflessioni più profonde sul significato dell’amore e sul valore dei sentimenti.
Leggetelo, capirete cos’è la perfezione!
Notizie sull'Autore:
Vincenzo Bosica (Pescara 1977) grafico, illustratore e scrittore, è un personaggio eclettico la cui creatività ricca e sfaccettata lo spinge spesso ad approfondire aspetti dell’esistenza tutt’altro che banali. Sostenuto da un percorso di studi scientifici e filosofici, è attratto da quanto è misterioso, eccentrico e indecifrabile; dagli sviluppi spesso straordinari a cui potranno condurre le scoperte scientifiche; dalla direzione che prenderà il futuro; da quanto e come l’uomo sarà capace di adattarvisi. Il suo primo racconto, “Capsule” (“IF-Insolito e Fantastico”-2009), è quasi un saggio sulla scienza moderna, declinato con ironia e uno stile personalissimo, che gli giova consensi di pubblico e di critica. “Irregolare” è il suo primo romanzo (Solfanelli-2010), ambientato in un futuro non troppo distante e non troppo inverosimile. Sono seguite pubblicazioni di racconti su diverse riviste e antologie (Il gran giorno – Aldilà – Per un fiocco di neve – Conto alla rovescia – MELW). Con il suo secondo romanzo “L’uomo perfetto”, Bosica apre una breve parentesi ironica per divertirsi e divertire. Da tempo lavora al nuovo romanzo cyberpunk.

venerdì 30 agosto 2013

LIBRO - "IO NON HO PAURA DEL BUIO", di Tania Della Bella

Recensione di Paolo Leone)

Lo confesso. Quando ho preso in mano “Io non ho paura del buio” sapendo che degli animali erano i protagonisti ma in prima persona, ero piuttosto scettico. Far parlare cani e gatti, affibbiandogli comportamenti e ragionamenti inevitabilmente umani, mi ha sempre dato una sensazione di furbo escamotage per far colpo al botteghino, come nei film.
Dopo poche pagine, mi sono ricreduto e la lettura di questa opera della scrittrice Tania Della Bella è stata una scoperta emozionante. Lettura molto scorrevole, e già questo è un pregio, non cade mai in una banalità scontata anzi, induce al proseguimento del romanzo quasi con il timore che vada a finir male. E il male è presente, eccome, nelle pagine e nelle storie di questi nostri amici pelosi e purtroppo proviene sempre dall’essere umano. Travolgente nella seconda parte, il romanzo corre a grandi passi verso un finale in cui si svela il significato del titolo. Il buio che è dentro il protagonista Buck è lo stesso che è dentro molti di noi..il buio che non permette di scoprire e apprezzare quel poco di bene che resiste, nonostante tutto. Bellissimo il riferimento biblico nelle ultime pagine. Nonostante l’orrore, la vita vince sempre, almeno finchè c’è una briciola d’amore. Del resto, come scrive l’autrice “non è il mondo ad essere migliore, è solo quel cuore nobile che, nell’aprirsi all’essere vivente che incontra sul suo percorso, si sente migliore e sublima l’incontro di due universi paralleli e di due anime. Altrimenti, non ha senso vivere la vita.” Non è questo l’Amore? Questo bel libro ce lo ricorda, con delicatezza, attraverso le peripezie di amici a quattro zampe. Che sia di buon auspicio per sconfiggere il buio dentro ognuno di noi.
- edizioni ceranunavolta -

martedì 27 agosto 2013

LIBRO - "IL SOCCOMBENTE", di Thomas Bernhard

(Recensione di Francesco Anania)

La solitudine dei non numeri primi. “Cogliamo sempre nel segno, dicevo a Wertheimer, pensa, quando diciamo che questo o quell’uomo è un’infelice, mentre non cogliamo mai nel segno quando diciamo che questo o quello è un uomo felice” – Thomas Bernhard – Il Soccombente – 1983
E’ un monologo questo libro. Senza Capitolo. Senza fondo. Un unico spessore sottile come il ghiaccio che separa la vita assurda ed infelice di 2 allievi di Horowitz.
Ma quando ti imbatti in un genio, davanti alla stanza 33, mentre esegue un’aria delle “Variazioni Goldberg”, si scatena l’inferno in te. Non si sopravvive. Che fai, allora? Continui a suonare o no?
Il libro racconta il suicidio di un compagno di Glenn Gould e dell’abbandono del caro Steinway da parte dell’altro.
Insomma, la vita, l’arte, il perdersi, la resa. Il soccombere.

TEATRO - "ROMA-LIVERPOOL 1-1", di giuseppe Manfridi

(Recensione di Paolo Leone)

Può la rievocazione di una partita di calcio, seppure storica come può esserlo una finale di Coppa dei Campioni, divenire poesia, prosa dilagante e affabulatrice, tanto da tenere in sospeso un teatro stracolmo, a distanza di 30 anni? Se l'autore del testo è Giuseppe Manfridi, drammaturgo eccelso, e l'interprete Paolo Triestino, uno degli attori più straordinari della scena teatrale, la risposta non può che essere affermativa. "Roma - Liverpool 1 - 1, andato in scena ieri sera nella rassegna Fontanone Estate, giunta alla sua diciottesima edizione, e causa meteo ospitata eccezionalmente nel Teatro Belli a Trastevere, è un monologo di rarissima intensità e difficoltà recitativa che solo un big del palcoscenico può interpretare senza sbavature e cadute di ritmo. La scrittura di Manfridi, noto per il suo "teatro dell'eccesso", come felicemente definì la sua prosa il critico Di Giammarco per sintetizzarne l'arditezza e la ricchezza che giunge appunto all'eccesso di idioma e di contenuti, viene felicemente messa in scena da Triestino, trasportandoci tutti nel 1984, 30 maggio, in quella che fu la giornata più esaltante e triste della tifoseria romanista: la sconfitta (ai rigori) nella finale di Coppa Campioni. Ma c'è tanto altro. C'è l'immersione in un'epoca intensa di avvenimenti in Italia, c'è l'amore ingenuo del protagonista verso una ragazza che diventa irraggiungibile come la Coppa, c'è il ricordo commovente di capitan Agostino Di Bartolomei, di una città che era forse migliore di quella odierna. Ma soprattutto c'è tanta passione, tanto sentimento magistralmente riversato sul pubblico che, indipendentemente dalla fede calcistica, ne rimane rapito, conquistato, travolto, commosso. Una prima nazionale che, a detta dello stesso interprete, è stata difficile e molto impegnativa, ma che è stata un vero trionfo, suggellato dall'ovazione del pubblico attento e assorto durante lo spettacolo. Un banco di prova felicemente superato da Triestino ed il suo staff.
Ancora in scena il 27 e 28 agosto al teatro Belli e durante la stagione invernale al teatro Ghione.

martedì 20 agosto 2013

FILM - "QUASI AMICI", di Eric Toledano e Olivier Nakache

(Recensione di Daniela Spagnoli)

Il film ha avuto uno straordinario successo ben al di sopra di ogni aspettativa, segno che la gente ha bisogno di storie, possibilmente semplici, capaci di toccare quelle corde emotive che se pizzicate suscitino le due reazioni più genuine che dall'infanzia alla terza età scortano la vita di ogni essere umano: la risata e il pianto.
L'idea è tratta da un documentario del 2003. Il vero incontro tra l'aristocratico tetraplegico Philippe Pozzo di Borgo e il badante di umili origini algerine Abdel Sellou diventa un film divertente, commovente allo stesso tempo ma anche educativo.
Per quanto mi riguarda è il film più bello degli ultimi tempi.
Certo essere tetraplegico milionario è molto differente dall'esserlo come pensionato Inps ciò nonostante il film merita di essere visto.

lunedì 19 agosto 2013

LIBRO - "LA NOBILDONNA", di Giuseppe Marletta

(Recensione di Daniela Spagnoli)

La prima impressione è che si tratti di un libro "giallo" ma con il dipanarsi della storia si scopre in parallelo un'altra narrazione riguardante la vita dell'uomo carabiniere e sul significato dell'appartenenza all'arma.
Devo ammettere in tutta sincerità che ho sempre considerato il carabiniere come un ufficiale al servizio della società senza considerare il suo lato umano, questo romanzo mi ha dato la possibilità di conoscere un mondo concomitante ma sconosciuto.
Il romanzo è molto coinvolgente sia per le splendide descrizioni che per il modo di scrivere raffinato.
L'autore mi perdonerà questa licenza ma amo le note di colore; già dal primo romanzo si capisce che il "ragazzo" ha del talento.

domenica 18 agosto 2013

LIBRO - "LE VERITA' INATTESE", di Giuseppe Marletta

(Recensione di Raffaella Delpoio)


"Sono arrivata all’ultima pagina del suo bellissimo libro e ho deciso di scrivere la mia recensione in merito a questa Opera, siccome mi è piaciuta moltissimo, la modalità della sua sul mio libro, adotterò lo stesso sistema che rende chiari i passaggi.
Inizio a dire che trovare in un libro tante regole di vita non è semplice, un libro di solito o è un racconto, o un giallo, o un auto biografia o…ecc ecc. Questo libro invece è un insieme di tutto ciò! Complimenti.
Scrivo ora i motivi per cui ho, come già detto, non letto ma VISSUTO questo testo:
• Antefatto. In queste prima pagine la mia mente è spaziata nei ricordi di un caro amico, figura molto importante nella mia vita e nella lettura l’ho rivisto come se fosse ancora una volta lì con me (ho regalato un suo libro al figlio che di certo proverà le stesse sensazioni).
• Antefatto. Sempre in queste prime pagine ho riscontrato quei valori ben dettagliati che andiamo perdendo in questa modernità, dove il maestro era una figura educativa, e di aiuto per l avvenire dignitoso dei ragazzi. La scuola non era solo un luogo di studio ma soprattutto un luogo dove le regole della vita venivano insegnate come il rispetto altrui. Belli i passaggi dei litigi tra i ceti sociali, cosa che non si è persa nei tempi. Ammirevole la descrizione delle differenze tra il ricco e il povero, cosa che viene ripresa anche nella festa dove le donne più povere risistemavano le vesti per essere comunque belle come le ricche.
• Mi ha colpito molto il passaggio naturale nell’inserire il lavoro dei Carabinieri, scollegandosi non troppo dalla vita dei due ragazzi. Questo sapendo le difficoltà che si trovano a scrivere un libro mi ha sorpreso…Complimenti.
• Ho vissuto l’interrogatorio, come fossi seduta su quella sedia, a ogni personaggio mi immedesimavo, queste domande forti di chi interroga, di chi si ferma e ti lascia riprendere fiato, di chi ti guarda e capisce ciò che tu, magari neppure vuoi dire, la sempre forte umanità che mettete quando capite che al di là della vostra scrivania , c è chi, ha sofferto, o,ha solo sbagliato per paura, o per rabbia. Ho riportato alcuni passi su un foglio e li leggerò nel momento in cui farò la mia prossima presentazione affinchè possa far capire la NON paura nel parlare con voi e quindi nel denunciare i crimini.
• Molto commovente il susseguirsi delle vicende, mentre la vita della ragazza si complica e sceglie di non perdere i sacrifici della famiglia, in caserma si vive una bellissima vita di famiglia, i Carabinieri sembrano tutti fratelli ognuno con il rispetto per l'altro e per la carica che ricopre. E tutti uniti, con lo stesso spirito di collaborazione e di amore.
• Molto accurata nei particolari sia la storia di quei tempi, che la parte religiosa.
• In questo punto desidero ringraziare Giuseppe Marletta per aver evidenziato un problema che nessuno avrebbe avuto il coraggio di evidenziare, facendo capire al lettore le difficoltà che la mafia crea anche a livello burocratico e/o di magistrature. Questo le dona la mia Stima. Un autore che scrive ciò, e che riesce a far capire così bene che le forze dell’ordine, non si fanno “ comprare” mi ha rincuorato e mi darà ulteriormente la forza per fare una lotta affinchè le persone denuncino.
• Un libro scritto con la capacità di saper scrivere, di saper dare al lettore la capacità di immedesimarsi nella vicenda, di vivere lo stesso libro che rimane nel cuore con la voglia di pubblicizzarlo al solo scopo di far vivere ad altri la lettura appena vissuta.
• Ho letto il libro di impeto, per rallentare la lettura nelle ultime pagine cosciente del fatto che mi spiaceva che lo stesso fosse finito, e l’abbandonare la lettura di questa storia così intensa mi dava quasi dispiacere.
• Un finale che si prolunga quasi a voler " mettere in puntini sulle ì" (come dice il proverbio), classico delle FORZE DELL ORDINE, molto molto appagante.
• Mi soffermo anche a "spendere" due parole sulla Casa Editrice che ha saputo valorizzare con una grafica molta attenta l’opera rendendola raffinata e regaando alla stessa un valore appropriato.
• Un solo consiglio mi sento di dare all’autore, il consiglio di una persona che è stata definita la donna coraggio per ciò che ha vissuto..... continui a scrivere, Giuseppe Marletta, continui a donarci opere come queste, continui a farci vivere queste vite , questi valori.
Mi fermo ora a sintetizzare ciò che penso del libro ..............
LE VERITA' INATTESE ...........UN LIBRO CHE NEL LEGGERLO...... SI VIVE!!!!!!"

LIBRO - "LA NOBILDONNA", di Giuseppe Marletta

(Recensione di Luisa Bolleri)

"La Nobildonna" è un noir poliziesco, in cui il giovane protagonista, carabiniere di leva della provincia di Parma, viene trasferito in un paesino in provincia di Catania, distante sotto molti aspetti anni luce dalla sua terra d'origine. Sono gli anni '70. In una Sicilia sottomessa dai soliti poteri forti a condizionamenti sulla politica, l'economia e le amministrazioni, condizionamenti che spesso favoriscono gli interessi della mafia, il romanzo si dipana attraverso il racconto dei sentimenti, i pensieri e le emozioni del giovane Attilio Franz Guarino. Inizialmente intimorito dal nuovo ambiente e dal dovuto rispetto verso le varie gerarchie all'interno della Stazione dei CC, dove peraltro spicca la burbera personalità del Comandante, strada facendo il giovane si troverà a scoprirsi oggetto di un'insperata quanto fraterna accoglienza. Guarino dovrà confrontarsi con il suo primo caso, l'omicidio di un'anziana e ricca nobildonna. Tutti i carabinieri della piccola caserma si impegneranno in un affiatato gioco di squadra, tra suspense e colpi di scena. L'autore Giuseppe Marletta dipinge nel suo contesto storico uno splendido spaccato di vita della Sicilia e della vita quotidiana di un carabiniere.

LIBRO - "CACAO AMARO", di Martina Dei Cas

(Recensione di Giuseppe Marletta)

Martina Dei Cas è una brava e giovanissima scrittrice, che vi ha raccontato la sua esperienza di volontariato nel Nicaragua.
Nel romanzo Ho apprezzato:
a. le atmosfere ed i colori, con un’analisi psicologica di tutti i personaggi, molto diversi tra loro. In particolare ho rilevato che:
in Viana hai riversato il desiderio e la grande volontà delle donna del Nicaragua di battersi per migliorare la propria condizione, vincendo pregiudizi secolari
in Ena, inoltre, è forte il desiderio di coronare il sogno dell’infanzia, accresciuto dalla volontà di giusta rivalsa nei confronti del patrigno e di aiutare, nel contempo, l’amica del cuore;
Carlos colpisce per il suo carattere silenzioso e tenace, ma si intuisce che è spinto dall’antico amore per l’amica di infanzia, mai rivelato e tenuto nascosto nell’angolo più recondito del cuore;
Svetlana incarna molto bene il ruolo della donna che ha raggiunto i propri obbiettivi dopo aver lottato contro un sistema che l’avrebbe destinata a tutt’altro;
b. l’amore per il Nicaragua e, soprattutto, per la provincia di Waslala, descritta con precisione ed in modo tale da farla conoscere al lettore;
c. la grande spinta interiore a te fornita dal volontariato, i cui ideali ti hanno consentito di affrontare un’esperienza che ti ha chiaramente e positivamente segnata, come abbiamo apprezzato durante la presentazione del romanzo.

LIBRO - "SEPOLTURE IMPERFETTE", di Elisabetta Santini

(Recensione di Giuseppe Marletta)

Con un linguaggio fresco e sciolto l'autrice ha tessuto la trama di un romanzo affascinante dove amore, mistero e paranormale si fondono per dare vita ad una storia in cui l’autrice scava nell’anima dei protagonisti per portare alla luce le loro “Sepolture imperfette”. Regna tra le pagine la suspense e l’incipit è radioso con la descrizione della bella restauratrice. Si colgono, favorevolmente, inoltre:
a. le atmosfere ed i colori, con un’attenta analisi psicologica di tutti i personaggi, molto diversi tra loro;
b. la passione per l’arte dell’autrice ;
c. il “grido di dolore” nei confronti della concezione, relativa ad un’altra protagonista (Sara), del ruolo della donna quale “sottomessa” all’egoismo dell’uomo;
d. l’amore per la campagna toscana, descritta con precisione ed in modo tale da farla conoscere al lettore;
e. la trama, ben sviluppata nella successione delle vicende vissute dai cinque protagonisti, con un colpo di scena finale;
f. l’accuratezza della descrizione delle metodologie scientifiche delle indagini.

LIBRO - "QUELLA NOTTE", di Luisa Bolleri

(Recensione di Giuseppe Marletta)

Ho letto tempo fa un bel noir, "Quella notte" di Luisa Bolleri, e ne ho ricavato una favorevole impressione. Nel romanzo, infatti, si colgono favorevolmente:
a. le atmosfere ed i colori cupi, con un’attenta analisi psicologica dei quattro personaggi (due uomini e due donne), molto diversi tra loro. Si apprezza, in particolare, la descrizione del dramma di una donna, vittima dell’egoismo e della violenza dell’uomo, sempre di attualità;
b. l’amore per la Toscana, Firenze ed Empoli in particolare, descritte con precisione ed in modo tale da farle conoscere anche ad un ignaro lettore;
c. la trama, ben sviluppata nell’alternanza delle vicende vissute dai quattro protagonisti (con un’efficace descrizione delle violenze subite da una delle donne e della sua drammatica morte) e con un avvincente colpo di scena finale;
d. l’accuratezza della descrizione delle metodologie scientifiche delle indagini;
e. la riflessione, infine, sui valori della nostra società, con un forte grido d’allarme sul modo quasi mai corretto con cui vengono affrontati i problemi del disagio mentale e sulle violenze subite continuamente dalle donne.        
L’autrice Luisa Bolleri, in definitiva, dipinge un forte spaccato del rapporto uomo-donna e dell’eterna lotta tra il bene ed il male.

sabato 17 agosto 2013

LIBRO - "IO NON HO PAURA DEL BUIO", di Tania Della Bella

(Recensione del Gen. Federico Castrovono)

"Avevo definito questo volume un "saggio" dopo aver letto la presentazione ufficiale del libro e ancor prima di averlo letto. Pensavo, infatti, che si trattasse di uno studio mirato alla psicologia dell'animale ai fini del suo utilizzo in campo pet terapy. Dopo averlo letto, però, ho capito che la mia supposizione era errata: il libro, infatti, si è rivelato una coinvolgente narrativa scritta da un animo gentile e nobile e amante degli animali, che ha provato, riuscendovi al meglio, a trasferire negli animali protagonisti del libro tutti i suoi sentimenti umani e a comunicare al lettore il quesito retorico "ma perché un cane o un gatto non possono provare tra di loro e verso gli umani analoghi sentimenti che proviamo noi umani?!?". Beh, io son convinto che la sig.ra Della Bella sia riuscita in pieno a comunicarmi ciò. E, siccome io non sono un marziano, ritengo che questa comunicazione possa arrivare a qualunque altro umano, soprattutto se bambino e/o ragazzo, con l'effetto di forgiarne animo e sentimenti verso un atteggiamento più rispettoso del mondo animale e di abbassare il livello di randagismo che la mia generazione ha concorso a creare!"



MUSICA - "MERCANTE D'ARMI, il piacere dello slow life"

(Recensione di Paolo Leone)

Si, stavolta mi sono preso un po' di tempo per scrivere qualcosa. Come ho detto ai miei amici musicisti, dovevo capire a cosa avevo assistito..cosa avevo ascoltato. Lo confesso, il cantante di questo gruppo mi aveva spiazzato, confuso. Scherzava, faceva sul serio...boh. Musica di qualità senza dubbio, ma dovevo digerire, assimilare quanto visto e ascoltato. Ho avuto la brillante idea di procurarmi il cd. Ascoltato due volte consecutive, e anche adesso mentre scrivo. Posso dire con certezza che è un prodotto di gran qualità, musicisti veri che si divertono e non potrebbe essere altrimenti con i testi di Roberto Rosa, l'atipico leader del gruppo. Ironia, surrealismo che non sconfina mai nel non-sense. Ritmi accattivanti, decisamente gradevoli, una ricercatezza nel suono che lascia stupefatti, se confrontata con la voglia di non prendersi troppo sul serio declamata dalla loro opera prima..anzi seconda (la prima, come ripete Rosa, non è mai stata pubblicata). E' bellissimo il titolo: "Vivere in levare"...che lascia interdetti come il primo ascolto. Ma la sorpresa è all'interno del cd, dove viene spiegato. "Viviamo gran parte del tempo in battere, cercando di arrivare...agli appuntamenti della nostra vita..batti il ferro finchè è caldo, è l'incitamento di chi pensa positivo, sembra quasi di sentire i colpi...poi poco a poco ci rendiamo conto che si può vivere in levare, si può...tralasciare gli impegni inutili, rinunciare a certi oggetti..sottrarre..eliminare..abbassare il volume del battere, alzare quello dello swing"...
Ecco, la bellezza della lentezza, dell'assaporare la vita con quel pizzico di autoironia..ecco chi sono i "mercante d'armi". Loro non vendono "armi offensive, ma solo ironicamente autodifensive". Da seguire, con lentezza nel cuore e col sorriso sulle labbra. Una citazione d'obbligo per la bellissima "la musica del vivo" che ascoltata domenica sera in quel locale, mi ha fatto venire voglia di abbracciarli uno ad uno.




 I musicisti (livelli notevoli): Roberto Rosa (voce e chitarra acustica)
Marco Bartoccioni (chitarre acustiche, elettriche, lap steel, pedal steel e mandolino)
Silvano Lentini (basso)
Fabio Gelli (percussioni)
Franco Fiorenza (batteria)

FILM - "LA GRANDE BELLEZZA", di Paolo Sorrentino

(Recensione di Paolo Leone)

Questa non è una recensione, almeno nel senso classico del termine. Una recensione vera presuppone una preparazione, un "retroterra" di cultura cinematografica (come direbbero quelli bravi) che non appartiene al sottoscritto. L'unico esercizio che posso svolgere è quello di riavvolgere le emozioni di un pomeriggio al cinema, dopo aver ammirato il film di Paolo Sorrentino, con la star Toni Servillo. Premetto che quest'ultimo, "a pelle", non mi è particolarmente simpatico, ma certe sue espressioni, certi suoi sguardi, valgono da soli il prezzo del biglietto. Lo rivedrei già domani, per carpirne gli aspetti più sfuggevoli.
E' stato emozionante, molto. Una colonna sonora sontuosa, una fotografia mozzafiato, una regia superlativa. Magari alcuni passaggi sono poco chiari, ma sicuramente è colpa mia. La sensazione costante, anche nelle scene più belle, di un mondo in disfacimento, senza speranze. "Siamo tutti sull'orlo della disperazione", afferma Jep Gambardella in uno dei suoi affascinanti discorsi sulla vacuità di ciò che vive tutti i giorni. Mentre ammiravo l'opera, finalmente in una sala assorta e concentrata, mi ripetevo: "è un acquario...uno splendido acquario". Questa è stata la sensazione mentre davanti agli occhi scorrevano le scene spesso oniriche e recitate da grandi protagonisti. Un acquario, dove è difficile capire chi sta dentro e chi fuori. Se "il niente" della mondanità che consuma la vita del Gambardella e dei suoi "amici", o la vita "vera"...ma cosa è vero? Falliti convinti di essere il motore del mondo, arrampicatori di ogni genere, improbabili guru pseudo chirurghi estetici...e sprazzi di bellezza assoluta, nelle immagini della nostra Roma che continua a esistere come il suo fiume o nei ricordi di una purezza adolescenziale che comunque non svanisce.
Un circo di persone, dove tutto "è solo un trucco" come grida il prestigiatore amico del buon Jep sempre più in crisi esistenziale. E dove tutto è finzione, persino durante un funerale...durante il quale, quando il sacerdote chiama gli amici del defunto per portare in spalla la bara, cala il gelo e l'imbarazzo. Amori, amicizie, rapporti di ogni genere..segnati dal nulla. Carlo Verdone e Sabrina Ferilli danno vita a due personaggi di rara intensità. Una piccola luce di speranza lo lascia il finale, in cui Servillo-Gambardella capisce l'importanza delle radici e si scuote, proponendosi di tornare a vivere, scrivendo un nuovo romanzo.
Una grande opera, da vedere e rivedere. E anche da ascoltare.

LIBRO - "UN RECORD... D'AMORE", di Tania Croce

(Recensione di Paolo Leone)

Un Record… d’amore, è un libro pieno di cose, pieno di vita, in cui la ricerca e la scoperta del “doppio” è il filo di Arianna dietro al quale si dipanano le vicende di Elena ed Elena2, due donne coraggiose che affrontano le ansie, i piccoli e grandi drammi dell'esistenza. Una storia ben costruita, godibilissima, scritta in modo “colto” ma non pesante.
L’escamotage della cantastorie blogger che si firma Rossana come la cugina di Cyrano e scoperta da un lettore virtuale che decide di mettere su carta con tutti i commenti dei lettori questa singolare e toccante storia sulla conquista dell’autostima, rende tutto molto scorrevole, quasi leggiadro. Attraverso uno stile nuovo, una sorta di romanzo epistolare in chiave “internettiana”, l'autrice sottolinea la difficoltà dei contatti umani nell'era dell'incomunicabilità odierna. Dulcis in fundo, il teatro in questo viaggio psicologico nei meandri dell’animo umano. Teatro, letteratura e poesia a tessere la trama del bel libro di Tania Croce, scrittrice fresca e appassionata, una vera e propria rivelazione nel mare della letteratura contemporanea.

venerdì 16 agosto 2013

LIBRO - "LE GRIDA SILENZIOSE DEL CUORE", di Paolo Volpi

(Recensione di Maura Picinich)

Paolo ha l’ansia di crescere e di diventare adulto, e vede nel padre un modello da emulare.
Ma la realtà familiare si rivelerà ben diversa e quel padre, che personifica il poliziotto coraggioso in difesa dei deboli, si rivelerà un violento capace di sottomettere alla sua volontà anche la sorella maggiore e la madre.
Scritto in forma di diario, l’autore si cala nei panni di un ragazzino di nove anni per raccontare una delle tante storie di violenza e di soprusi da parte di un genitore: storie di cronaca il più delle volte nascoste e taciute per timore, per un concetto di famiglia che non appartiene ormai più al nostro tempo, e che riemergono sporadiche sui giornali o alla tv quando fanno notizia per venire poi rapidamente sepolte da altre cronache.
Eppure la violenza celata nella famiglia esiste, la sopraffazione dell’adulto sul bambino è quanto mai attuale, persino la violenza sessuale sui figli è realtà. Il figlio è sacrificato al piacere dell’adulto come fosse un oggetto proprio cui si abbia ogni potere. Non restano allora che quelle “grida silenziose” di un cuore bambino che piange dentro, che si sacrifica per non far soffrire gli altri membri della famiglia e non renderli partecipi di quel rito sacrificale che si perpetua nel silenzio della notte.
Con un ritmo serrato l’autore ci porta dentro la storia, ci fa vivere un’esperienza che sulla psicologia della fanciullezza ha molte ripercussioni a livello di crescita.
Direi che, anche se il protagonista è un bambino, il libro è adatto soprattutto agli adulti ed entra nel novero di quella letteratura realista che trae spunto dalla attualità, per focalizzare l’attenzione su un tema che cointeressa educatori, insegnanti, assistenti sociali, spesso a contatto con situazioni difficili dei loro alunni ma mai liberi di agire. Quanta verità c’è nelle parole di un bambino che dice e non dice, come farla emergere senza violentare psicologicamente la sua psiche già duramente provata.
Interessante e sorprendente a mio avviso la soluzione finale proposta dall’autore. Qualcosa va salvato, nonostante tutto, perché, e Paolo Volpi ce lo dimostra, la famiglia è ancora un valore e in qualche modo va ricomposta.
Un libro da leggere tutto d’un fiato, ma poi ripensato, perché non possiamo esimerci da constatare innanzi tutto le colpe di noi adulti, spesso avulsi dalla realtà infantile.

LIBRO - "LE VERITA' INATTESE", di Giuseppe Marletta

(Recensione di Leonardo Miucci)

Ci sono storie che si narrano da sé nel senso che l’autore le ha dentro e non deve fare altro che metterle nero su bianco. Ed è questo ciò che penso dell’ultima fatica letteraria compiuta da Giuseppe Marletta, scrittore di narrativa alla sua seconda esperienza, che con il suo ultimo libro “Le verità inattese” edizioni “C’era una volta” sono certo non tarderà ad imporsi all’attenzione del grande pubblico. Il libro, che è stato presentato il 24 gennaio u.s. presso la Provincia Regionale di Siracusa, ha ottenuto i patrocini gratuiti del comune di Mineo e dell’Assessorato alle Politiche Culturali e del Centro Storico di Roma Capitale. Ma veniamo al romanzo.
La storia ha come sfondo un paesino della Sicilia orientale negli anni ‘60 e ’70 e la trama è incentrata su due protagonisti principali ed altri secondari ma non di minore importanza. Due ragazzi, poco meno che adolescenti che si incontrano tra i banchi di scuola e che il destino farà prima allontanare, poi rincontrare e ancora allontanare e poi… Al centro della storia ci sono i carabinieri della locale Stazione che indagano per un omicidio di una persona, figlio di un ricco e potente imprenditore dello stesso paesino.
L’opera può definirsi di genere giallo, ma solo in apparenza. Certo del giallo ha tutti gli ingredienti: un bell’intreccio, una coinvolgente suspense, una particolare e curata descrizione tecnica degli elementi investigativi e, infine, l’esito delle indagini che costituisce, e non tradisce, il titolo del romanzo la cui attesa nel lettore riesce, come si suole dire, a tenerlo incollato – letteralmente – dalla prima all’ultima pagina. La natura “giallista” (mi sia consentito il termine) è insita nell’autore non foss’altro perché egli è un ufficiale dei carabinieri, attualmente in servizio nella provincia di Parma, e può vantare al suo attivo diverse e diversificate esperienze di natura investigativa.
Ma il romanzo apre, invero, anche ad altre riflessioni. La trama narra le vicende di due famiglie povere, quella di Andrea e Giulia, i due protagonisti principali. I loro padri sono rispettivamente operaio e contadino che sbarcano il lunario grazie alla forza delle loro braccia. Essi, nel momento in cui le condizioni lavorative peggiorano, sono costretti a fare scelte radicali per assicurare il pane alle rispettive famiglie: emigrano in cerca di ulteriori possibilità. E quelle scelte si ripercuoteranno, nel bene e nel male, sui figli che le dovranno, loro malgrado, accettare. Quelle vicende familiari e il susseguirsi degli eventi mettono in evidenza sul piano esistenziale l’assunto di marxiana memoria secondo cui le condizioni umane di ognuno sono dettate dalla ricchezza e dunque, detta in altre parole, la vita di ognuno di noi appare drammaticamente imposta dalle condizioni materiali, cosicché l’uomo, benché reputandosi padrone del proprio destino, non lo è affatto.
E la storia di Andrea e Giulia sembra drammaticamente confermare questa teoria. Ma c’è anche dell’altro. Nella tragica scelta di Giulia ho visto la sua dichiarata accettazione alla vita; vi ho scorto in quella giovane donna una laica Rita da Cascia, che consapevolmente accetta su di sé le sventure della sua famiglia e se ne fa carico.
Devo dire che Giulia è il personaggio che in assoluto mi ha commosso. La tragicità del romanzo e della vita in esso narrata (e d’altronde che cos’è il romanzo se non la narrazione della vita), dunque, è tutta in questa giovane donna che consapevolmente accetta il tragico divenire, sebbene alla fine…
L’autore ha dimostrato di possedere, inoltre, una accurata competenza storica ed una consapevole coscienza civica, oltre che una provata erudizione nel campo dell’arte e della letteratura. Nel dipanarsi della trama, infatti, egli non ha omesso di mostrare, attraverso una concreta dialettica volutamente instaurata tra i vari personaggi in causa, per esempio le atrocità compiute dal regime fascista; gli scempi di una irrazionale opera di devastazione ambientale condotta in nome del progresso scientifico in particolare nella provincia aretusea e le sofferenze che i nostri connazionali dovettero affrontare del tragico fenomeno migratorio verso il Nuovo Continente che segnò l’inizio del secolo scorso. Come si noterà il romanzo è qualcosa di più di un semplice giallo; è un romanzo complesso e poliedrico, ricco di riferimenti storici, sociali ed economici realmente accaduti. Particolarmente curata è nel libro la descrizione architettonica delle chiese del paesino dove ha luogo la storia, e molti sono i riferimenti alla letteratura russa, francese e italiana, in particolare quella che fa capo al clima del Neorealismo francese e Verismo italiano col quale la trama sembra avere specifiche e dirette affinità.
Un ultimo breve riferimento mi sembra doveroso farlo alla scrittura di Marletta. Essa è assolutamente coinvolgente, capace di tenere fermo il lettore sulle oltre 480 pagine e farlo attendere in attesa che gli eventi si dispieghino. Dimenticavo un aspetto importante: è un bel romanzo, leggetelo!